martedì 10 luglio 2007

La depressione di Tarantino











E'
passato poco più di un mese dall'intervista in cui Tarantino dichiarava senza mezzi termini che dopo i fasti degli anni '60 e '70, il cinema italiano contemporaneo lo deprimeva a tal punto da fargli parlare di "una vera tragedia".
In queste settimane le parole del regista americano hanno suscitato sia nella blogosfera che nei quotidiani italiani una certa eco (forse anche perchè coincidevano con l'esclusione delle pellicole nostrane dalla rassegna di Cannes), ma non hanno aperto un vero e proprio dibattito.
Il che è un peccato per almeno due motivi.

Primo, le parole di Tarantino vanno prese molto sul serio, non fosse altro per chi le ha pronunciate. L'autore americano - metà italiano, per un quarto nativo americano, per un quarto irlandese - incarna l'ideale postmoderno del collage. Sul suo amore maniacale per la citazione si è scritto tantissimo e basta fare un giro su google per rendersene conto. Il giudizio di chi ha impostato tutte le proprie opere sulla (ri)scoperta di generi e sottogeneri, sulla scansione continua di quanto di interessante sia stato fatto nel cinema mondiale non può essere sottovalutato.

Secondo e più importante, il cinema italiano è davvero in una fase di stallo e la frase di Tarantino è in buona parte sottoscrivibile. Occorre tornare a chiedersi quanto abbiano davvero da offrire le nostre produzioni, e le ragioni per cui esse appaiano tanto trascurabili oltreconfine.
Marco Bellocchio, a cui non è piaciuto il tono delle dichiarazioni del regista di Grindhouse, ha rilanciato la questione, ridefinendone i confini e, in un certo senso offrendo qualche possibile punto di analisi:

"Il nostro cinema soffre perché fa riferimento allo stallo anche politico della nostra società. Vanno forte solo i film d’evasione, film che assomigliano alla televisione e ai suoi ritmi. Noi stessi siamo contaminati da questi ritmi che danneggiano la nostra volontà di raccontare in un modo diverso".

L'ombra della tv si abbatte quindi sul cinema italiano. Lo strapotere dei formati brevi, unito al desiderio del pubblico di temi leggeri e poco impegnativi, priva gli autori della possibilità di essere davvero incisivi quando tentano di raccontare le loro storie. Probabilmente vero. Ma Bellocchio la cosa fondamentale la dice all'inizio del suo intervento, quando collega la crisi del nostro cinema allo stallo della nostra società. Ricordare che il cinema è innanzitutto l'espressione dei tratti - anche quelli più sotterranei - della cultura che vuole rappresentare è la premessa irrinunciabile per ogni discussione sulla settima arte. Affrontare la questione sotto questa luce significa trovare le cause dello stato del cinema italiano di oggi nell'opacità della nostra società ancora prima che nelle difficoltà dell'industria, nell'imperizia degli attori, nella mancanza di finanziamenti, etc. L'esistenza di autori come Sorrentino o Lucchetti (e non sarebbero comunque molti di più) non basta a salvare l'intero nostro cinema, che sembra piuttosto saper parlare solamente (chi più chi meno) dell'Italia della generazione x, dei trentenni in crisi che non vogliono o non sanno affrontare le proprie responsabilità. I nostri registi offrono film che raccontano di un paese egoista e di una società individualista e in definitiva autoreferenziale. Nascono così opere che nella migliore delle ipotesi hanno molto poco da dire al pubblico d'oltreconfine.

Non è un caso che alcune delle correnti più floride del nostro cinema abbiano avuto a che fare con momenti estremanente intensi per la nostra società: il neorealismo nel dopoguerra, il noir all'italiana negli anni di piombo.
E, volendo uscire per un istante dal discorso cinematografico, non è un caso neppure che l'unico intellettuale italiano che abbiamo scoperto negli ultimi anni sia Roberto Saviano, che ha saputo riaprire la ferita pulsante delle mafie.

2 commenti:

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anna ha detto...

Le parole di Tarantino hanno sfiorato i media, senza toccarli. Forse perchè erano tutti impegnati a difendere il cinema italiano, che cinquant'anni fa sarà anche stato innovativo, ma che oggi vive -anzi sopravvive- di rendita.
E'il caso di farci un esame di coscienza e avere il coraggio di criticarci.
Anna
www.bloggers.it/pecoranera83